Ho compiuto 52 anni a febbraio. Faccio il sales manager e il formatore in un grande punto vendita di elettronica di consumo, gestisco team e chiudo trattative. È il mestiere che faccio da ventitré anni, e lo faccio ancora tutte le mattine.
In parallelo, negli ultimi mesi, ho messo in produzione tre strumenti software. Uno lo usiamo io e i miei colleghi in reparto per vendere i prodotti che vanno in consegna. Uno è un'app iPhone che sto testando prima di portarla su App Store. Uno è online da qualche mese, gratuito, e lo usano venditori come me in tutta Italia.
Non ho scritto una riga di codice. Non so scrivere codice. Non ho un ingegnere che lavora per me.
a febbraio
tutti i giorni
scritte da me
Se venti anni fa mi avessi detto che nel 2026 avrei fatto una cosa del genere, ti avrei riso in faccia. Il computer, per me, è sempre stato Excel e la posta elettronica. La cosa che è cambiata non è stata la mia intelligenza né la mia età. È stato quello che c'è ora dall'altra parte dello schermo.
L'anno in cui il codice è diventato una lingua che parli
C'è un titolo che sento ripetere spesso in questi mesi, in interviste e report di grandi società di consulenza, in versioni diverse ma tutte con lo stesso senso: le aziende hanno smesso di comprare software, hanno iniziato a costruirselo. Non le grandi multinazionali: quelle da sempre hanno reparti IT che fanno cose. Sono le altre. Le piccole, i freelance, i creator, gli studi professionali.
Il motivo per cui sta succedendo adesso e non tre anni fa è preciso, ed è quello che cambia tutto: fino a poco tempo fa, per costruire uno strumento software, tra te e il codice c'era un muro. Servivano anni di studio per abbatterlo, o servivano soldi per pagare qualcuno che lo avesse abbattuto per te. Oggi tra te e il codice c'è qualcosa che quel muro lo attraversa: si chiama modello linguistico, ha il faccino di ChatGPT o di Claude, e la sua caratteristica principale è che con te ci parli. Nella tua lingua. Non nella sua.
Il codice esiste ancora. Non è sparito. Semplicemente, non lo scrivi più tu. Lo scrive una macchina, guidata da quello che sai spiegare a parole. E qui succede la cosa interessante: la competenza che fa la differenza si è spostata. Non è più "conoscere Python". È "saper dire a un modello cosa vuoi ottenere in modo che lui capisca davvero".
Quella competenza lì, che a metà del 2026 è tutta la partita, non c'entra niente con l'informatica. C'entra con la capacità di descrivere un problema, di scomporlo, di dare contesto, di riconoscere quando la risposta che stai ricevendo non torna. C'entra con come pensi. E chi pensa così, non l'ha imparato all'università: l'ha imparato facendo un mestiere, qualunque mestiere, per abbastanza tempo.
Cosa fanno davvero i miei tre strumenti
Le persone che raccontano di aver costruito qualcosa con l'AI, di solito, o fanno una demo confusa oppure sono così vaghi che non ci si capisce niente. Provo a essere concreto.
Il primo si chiama Assistente Bollettine e risolve un problema che in negozio esiste da vent'anni. Quando un cliente compra un elettrodomestico che va consegnato a casa, sulla bollettina di vendita vanno scritti i codici giusti: consegna in 24 o in 48 ore, consegna comfort con preavviso, montaggio del kit colonna, incasso del piano cottura, e poi il codice tecnico se la località è disagiata o se i facchini devono portare la lavatrice per più di cinquanta metri. Sono decine di voci, ognuna con il suo codice e il suo prezzo, e sbagliarne una vuol dire una consegna che salta o un cliente che paga un servizio che non riceve. Ho descritto il problema a Claude Code e mi sono fatto scrivere una piccola app web che fa al collaboratore le domande giuste (dove va, quanti prodotti, serve il montaggio) e alla fine gli restituisce i codici esatti da mettere in bollettina, con i prezzi. Si apre dal telefono, in reparto, con il cliente davanti. È in uso da febbraio 2026. Prima lo usavo solo io. Adesso, quando arriva un ragazzo nuovo, gli mando il link e in tre minuti vende una consegna senza sbagliare un codice.
Il secondo è un'app iPhone e si chiama Temvera. Serve a organizzarmi la giornata: to-do, promemoria, appunti veloci. Esistono già decine di app che fanno la stessa cosa, ne ho provate tante e nessuna faceva esattamente quello che volevo. Allora me la sono fatta. Ci ho lavorato dentro Xcode, l'ambiente ufficiale di Apple, con Codex di OpenAI che mi scriveva il codice Swift mentre io gli spiegavo cosa doveva fare l'app. Non è complessa, è pensata per me, ma funziona. Adesso è in fase di test: la uso tutti i giorni per trovare quello che non va prima di portarla su App Store.
Il terzo è un GPT pubblico. Si chiama Electronics Sales Expert PRO, lo trovi nel marketplace di OpenAI, ed è quello che avrei voluto avere al primo giorno di lavoro in negozio: un assistente che conosce le tecniche di vendita, le obiezioni tipiche di chi compra un televisore o una lavastoviglie, e ti prepara alle trattative difficili. L'ho costruito prendendo ventitré anni di quello che so fare io e mettendoli dentro un sistema che li rende disponibili a chiunque. Non è codice. È esperienza tradotta in istruzioni.
Nessuno dei tre è un capolavoro di ingegneria. Sono strumenti pratici, fatti per un uso preciso, che risolvono un problema che io capisco perché ci vivo dentro. E in tutti e tre i casi la parte di me che ha fatto la differenza non era la parte tecnica (che non c'è), ma la parte che sa cosa serve davvero perché lo fa tutti i giorni.
Il punto che non ho capito subito
Quando ho iniziato, un anno e mezzo fa, ho perso mesi a fare la cosa sbagliata. Provavo strumenti a caso. Ne installavo cinque a settimana. Guardavo tutorial di gente che diceva "con questo strumento fai qualsiasi cosa in tre minuti". Aprivo il tool, mi si spegneva il cervello davanti alla schermata bianca, e non sapevo cosa chiedergli.
Poi mi sono fermato. Ho capito che il problema non era lo strumento, il problema ero io che affrontavo la cosa dal lato sbagliato. Cercavo la magia. L'AI, però, è un'altra cosa: è un collaboratore molto veloce e molto ignorante del tuo lavoro. Se tu non gli dici cosa deve fare, e soprattutto perché, lui ti dà una cosa qualsiasi. Che spesso non è quella che ti serve.
Il momento in cui è cambiato tutto è stato quando ho smesso di chiedermi "cosa può fare l'AI per me?" e ho iniziato a chiedermi "qual è la cosa che, se non la facessi più a mano, mi cambierebbe la giornata?". La domanda giusta parte dal tuo mestiere, non dallo strumento. E per rispondere a quella domanda non serve nessun corso di programmazione. Serve conoscere bene quello che fai, che è esattamente la cosa che tu fai meglio di chiunque altro.
La domanda giusta parte dal tuo mestiere, non dallo strumento.
Da quel momento in poi ho smesso di "esplorare l'AI" e ho iniziato a usarla per fare cose. Un problema alla volta. Il primo mese, la bollettina. Il secondo mese, un piccolo strumento per farmi i turni. E così avanti. Ogni strumento nasceva da una cosa che facevo a mano e mi seccava di fare a mano. Quando ho smesso di seguire il trend e ho iniziato a seguire il mio elenco di seccature, tutto è diventato più semplice.
La reinvenzione, dentro
C'è una parola che uso poco perché la trovo abusata, ma qui è quella giusta: la reinvenzione. Reinventarsi a 52 anni non è iscriversi a un corso serale di programmazione con l'idea di diventare sviluppatori. Sarebbe ridicolo, e sarebbe soprattutto sbagliato: dieci anni fa forse aveva senso, oggi no.
Reinventarsi vuol dire un'altra cosa, molto meno epica e molto più concreta. Vuol dire accettare che il mestiere che fai da vent'anni, se ti va bene, lo farai ancora per altri dieci o quindici. E vuol dire chiederti: cosa cambia, nel modo in cui lo faccio, se accetto che una parte del lavoro non lo faccio più a mano? Cosa posso liberare? Cosa posso costruire, per me e per chi lavora con me, che oggi non c'è perché nessuno l'ha mai pensato?
Questo è un cambiamento mentale, non tecnico. Non ha a che fare con la tastiera. Ha a che fare con l'accettare di non essere più quello che sa già come si fanno le cose e diventare quello che, ogni tanto, prova un modo nuovo. Che è scomodo, a 52 anni, perché a 52 anni sei ormai quello che sa. Sono anni che ti pagano per quello che sai. Rimetterti nella posizione di chi non sa costa fatica.
La buona notizia è che questa fatica è, in gran parte, un problema di orgoglio. Una volta accettato che si può non sapere una cosa e imparare a maneggiarla comunque, senza doverla capire fino in fondo, il resto viene. L'AI non chiede di capire come funziona per usarla bene. Chiede di essere onesti su cosa si vuole ottenere. E su questo, dopo ventitré anni di trattative in negozio, un po' di allenamento ce l'ho.
Cosa direi a chi vuole partire
Se stai leggendo e hai un'attività piccola, uno studio, un lavoro qualsiasi, e ti stai chiedendo se ha senso metterti a usare l'AI sul serio o se sei fuori tempo massimo, ti dico due cose e poi ti lascio.
La prima. Non partire dagli strumenti. Parti da un elenco. Prendi un foglio (di carta, sul serio) e scrivi tre cose che nel tuo lavoro fai ogni settimana e che ti annoiano. Non le grandi cose, non le "grandi trasformazioni". Le tre piccolezze che ti fanno perdere un'ora ciascuna e che hai sempre pensato "prima o poi vedrò se si può automatizzare". Quelle. Quelle sono il tuo terreno. Non serve niente altro per iniziare.
La seconda. Non provare a fare tutto da solo. Nel senso che il codice, e in generale la parte da automatizzare, quella la puoi farla scrivere dall'AI. Ma decidere cosa automatizzare, come deve funzionare, come si comporta se qualcosa va storto, questo va fatto con la tua testa. Se salti questa parte, ti trovi in mano uno strumento che gira ma che nessuno capisce, tu per primo. E il giorno che non gira più non sai da dove partire per aggiustarlo.
Se fai queste due cose, non serve altro. Non serve iscriversi a niente, non serve pagare un abbonamento a cinque tool. Basta il tempo di guardare per due settimane come funziona un modello AI conversazionale (ce ne sono di gratuiti che vanno benissimo per iniziare) e la voglia di prendersi un problema alla volta.
Se ce l'ho fatta io, a 52 anni, senza nessuno che mi insegnasse e con una giornata di lavoro piena addosso, ce la fa chiunque abbia voglia di provarci. Il codice, quello che tanti si sono sempre spaventati anche solo a nominare, c'è ancora. È il pezzo che ora non tocca più a te. E questo cambia molte cose.
Tu da quale delle tue tre seccature partiresti? Scrivimi: max@themaxcode.eu
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