
L’Italia nasce a Torino, di domenica.
Battezzata dalla Camera per acclamazione e dal Senato con due voti contrari (leghisti precoci?), la creatura viene mostrata in pubblico per la prima volta sulla «Gazzetta Ufficiale» del 17 marzo 1861 con questa frase:
«Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia».
I travagli del parto hanno attraversato le guerre d’indipendenza e l’epopea dei Mille per sfociare nel bombardamento della fortezza di Gaeta, dove il Re borbonico ha tentato l’ultima resistenza.
Si è arreso il 13 febbraio, appena in tempo per non turbare l’inaugurazione del primo Parlamento italiano, celebrata cinque giorni dopo nell’aula che l’architetto Peyron ha costruito a Torino nel cortile di Palazzo Carignano.
Vittorio Emanuele vi è giunto fra due ali di folla e squilli di fanfara. E ha letto ai 443 rappresentanti della nuova nazione il discorso preparatogli da Cavour:
«Signori senatori! Signori deputati! L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra!».
Illusioni di gioventù.
Nord e Sud (all’appello mancano solo Roma e Venezia) tornano a vivere insieme.
Non accadeva dalla caduta dell’Impero romano.
A deciderlo però è stata un’esigua minoranza. Alle elezioni di gennaio ha partecipato l’l% degli italiani: duecentoquarantamila maschi con un carico d’imposta di almeno quaranta lire.
L’Italia è fatta, ma senza i cattolici (la Chiesa ha proibito le urne ai fedeli), le donne, gli analfabeti, i poveri e gli evasori fiscali: il restante 99%, insomma.
Cavour, che ne ha presi più di tutti, nel suo collegio ha ottenuto appena 620 voti. Ma sono le minoranze decise a fare la Storia e, conquistato il potere, a imperla alle maggioranze inerti come epica collettiva. Accade così che generazioni di italiani siano cresciute nel culto di gesta alle quali il popolo aveva fatto da spettatore.
La formula battesimale allude a Vittorio Emanuele II e quel «II» la dice lunga sull’idea che i vincitori hanno dell’Italia: non uno Stato nuovo, ma il prolungamento di quello vecchio, le cui leggi vengono estese in modo automatico alle altre regioni, con conseguenze disastrose soprattutto al Sud.
Gli spaesati luogotenenti sabaudi, scesi nell’ex Regno delle Due Sicilie per governarlo come una colonia, devono appoggiarsi ai consiglieri locali e ai loro maneggi: per qualche mese ai vertici della polizia napoletana ci sarà il capo della camorra.
Forse non si può fare meglio. Di sicuro non può farlo una Camera che pullula di notabili meridionali, assai simili a quelli raccontati nel Gattopardo, custodi gelosi dei propri privilegi.
Da Torino a Palermo, la Destra di governo rappresenta una classe compatta, l’alta borghesia, ed è guidata da un genio completo, Cavour.
Invece la Sinistra è divisa e anche il genio che la guida è spaccato in due: ha la testa di Mazzini e il braccio di Garibaldi, in baruffa perpetua tra loro. La morale della favola risorgimentale è che i democratici ne scrivono le pagine più romantiche, ma sono sempre i moderati a incassare i diritti d’autore.
Comunque sia, oggi è domenica e l’Italia è nata.
Ha una madre possessiva, la Destra, e un padre severo, il Piemonte.
Gli altri italiani devono imparare a sentirla figlia propria. Non sarà un’impresa facile, tanto è vero che dopo centocinquant’anni vi siamo ancora impegnati.
Fruttero, Gramellini - La patria, bene o male




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