Secondo voi l’Italia ha una politica Industriale? Credo sappiate già la risposta… come d’altronde non ha una politica Energetica, una politica Ambientale…. non ha nulla di tutto ciò! Chi fa politica, non fa politica, fa solo i propri interessi e gli interessi degli amici, pagato dal cittadino…
La politica Industriale del nostro Governo è stata stanziare soldi per la Cassa Integrazione!!
A Mirafiori qual’è la politica industriale della Fiat? Si faranno dai 250 ai 280 mila SUV assemblati a Mirafiori con pezzi provenienti da Detroit, e oltre la metà torneranno in America!! Si parla di modernità creando le auto più inquinanti del mondo, i SUV, e che la metà rimane invenuto! E lo Stato glielo fa fare!!
Marchionne anni fa disse che produrre SUV in Italia era impossibile!!
Silvio è stato anche Ministro delle Attivitià Produttive e sulla Fiat non ha alzato un dito!
Il mercato italiano dell’auto è morto, e non hanno il coraggio di dircelo! E’ morto perchè si costruiscono Auto che nessuno compra!
Smontando e montando motori a Mirafiori aiuterà Marchionne alla scalata di Chrysler? E’ questo il vero piano industriale? BeppeGrillo diceva anni fa nei suoi spettacoli: La Fiat lancia la Nuova Croma! Ma che cazzo è sta Croma? Voi vedete in giro nuove Croma?
Ho sentito il TV gli strafalcioni di Renzi in merito alla vicenda FIAT: “Sto con Marchionne senza SE e senza MA” Ora, io dico… Ma Renzi, sei stato eletto dai cittadini per fare il Sindaco di Firenze, sei pagato con soldi dei cittadini per fare quello… ora invece non fai altro che andare in TV a sparare sentenze a destra e sinistra su cose di cui evidententemente poco conosci. Come Silvio, Renzi è pure andato alla presentazione del libro di Vespa!! Ma il PD con questa gente qui dove vuole andare? Silvio Ringrazia…
Renzi Il Rottamatore è il primo che si deve Rottamare!!
Riporto e Divulgo il post da BeppeGrillo.it…

Marchionne è solo un dipendente degli Agnelli. E’ pagato per farli guadagnare e per agire da parafulmine. Nient’altro. La sua crudezza di linguaggio (e di azione) che scade nella pura provocazione per i cassintegrati, i licenziati e per gli operai che accettano ogni condizione per non perdere il posto di lavoro, è inaccettabile. I suoi padroni gli mettano la museruola. Se la Fiat ha ogni diritto di spostare la sua produzione all’estero, gli italiani hanno un diritto ancora più grande di presentarle il conto. Per decenni i profitti degli Agnelli e dei grandi azionisti li hanno pagati i contribuenti italiani, dalla cassa integrazione quando la Fiat aveva i conti in rosso, ai contributi per le rottamazioni, agli incentivi per le fabbriche al Sud. Gli Agnelli, la cui voce non si è ancora sentita durante la trattativa, facciano pure armi e bagagli, ma prima paghino le decine di miliardi di cui sono debitori allo Stato italiano.
“Siamo un gruppo di italiani sotto i 40 anni che vivono e lavorano all’estero, ma che continuano ad avere contatti diretti con l’Italia a cui ci legano affetto e nostalgia, accompagnati dalla rabbia di vederlo in costante declino.
Nessuno di noi si è finora impegnato direttamente in politica, pur essendo simpatizzanti per la sinistra nel suo significato più ampio, ma ciò che sta succedendo non può lasciarci indifferenti. Per questo abbiamo deciso di manifestare le nostre preoccupazioni su alcuni temi importanti:
- il ricatto di Marchionne un contratto imposto e non negoziato
- la convocazione di un referendum somigliante ai plebisciti del Ventennio in cui l’unica scelta è tra disoccupazione e condizioni imposte dal padrone
- la deroga a diritti costituzionali riconosciuti attraverso la stipula di contratti privati
- la rinuncia al contratto collettivo nazionale nel silenzio di Confindustria e di gran parte dei sindacati (che a priori avrebbero dovuto rifiutarsi di firmare un contratto diverso da quello nazionale per gli operai di Mirafiori)
- l’esclusione del più grande sindacato metalmeccanico dalla rappresentazione sindacale.
Consideriamo tutto ciò molto grave.
Lo troviamo ancor meno accettabile in un periodo di crisi economica e rigettiamo il tentativo di far pagare ai lavoratori i costi del fallimento del neo-liberismo. Ci stupiamo di fronte al silenzio imbarazzante di gran parte dell’opposizione, soprattutto quella parlamentare, e pensiamo che sia il momento di schierarsi nettamente. La FIOM non difende solamente i lavoratori di Mirafiori, difende la Costituzione, la democrazia, la libertà di scelta. Difende, in sostanza, la possibilità di un futuro per il nostro Paese, che ci sembra sempre più lontano. Schierarsi oggi dalla parte dei diritti dei lavoratori vuol dire difendere un modello sociale basato non solo su solidarietà e uguaglianza - concetti che sarebbe ridicolo definire datati - ma anche su una più equa distribuzione del reddito, così da evitare crisi di sovrapproduzione e bolle speculative. Significa rigettare lo sfruttamento intensivo della forza lavoro, tipico dei paesi in via di sviluppo e non certo delle economie avanzate. Non sono riformisti coloro che vogliono riportare indietro le lancette della storia, ma reazionari. Non sono eroi quelli che, fomentando una guerra tra poveri, ci portano sulla strada del sottosviluppo. Non sono innovatori coloro che, invece di puntare sulla ricerca e l’investimento in capitale umano, cercano semplicemente di abbattere i costi col dumping sociale.
Siamo per altro convinti che gli attacchi alla Costituzione, ai diritti, al nostro contratto sociale e, in breve, al futuro del nostro Paese, si possano fermare. Questa speranza si lega a due elementi: lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio di cambiarle. Per questo non abbiamo dubbi: stiamo con la FIOM.”
Laura Andrazi, Paris, Francia - Alessio Baldini, University of Leeds, UK - Giorgia Maria Battistello, Six Telekurs, London, UK - Tommaso Cavazza, Barcelona, Spagna - Francesca Congiu, University of Leeds, UK - Ilaria Giglioli, University of California at Berkeley, USA - Matteo Giglioli, Palo Alto, California, USA - Simone Giovetti, United Cities of France (Cooperazione Francese), Francia - Silvia Gurrieri, Paris, Francia - Giandomenico Iannetti, University College London, UK - Salvatore Marchese, Brno, Repubblica Ceca - Nicola Melloni, London Metropolitan University, UK - Vasco Molini, Maputo, Mozambico - Valentina Rigamonti, USAID, Afghanistan -Pietro Roversi, Oxford University, UK - Davide Sormani, Brno, Repubblica Ceca - Gigliola Sulis, University of Leeds, UK - Elia Valentini, University College London, UK - Alessandro Volpi, London, UK

Ecco il documento firmato da 46 economisti che mostra come i diktat di Marchionne nascondano in realtà la totale mancanza di idee di sviluppo e la volontà invece di fare cassa per gli azionisti.
Il conflitto Fiat-Fiom scoppiato a fine 2010 sul progetto per lo stabilimento di Mirafiori a Torino – che segue l’analoga vicenda per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco – è importante per il futuro economico e sociale del paese. Giornali e tv presentano la versione Fiat, sostenuta anche dal governo, per cui con la crescente competizione internazionale nel mercato dell’auto i lavoratori devono accettare condizioni di lavoro peggiori, la perdita di alcuni diritti, fino all’impossibilità di scegliere in modo democratico i propri rappresentanti sindacali.
Vediamo i fatti. Nel 2009 la Fiat ha prodotto 650 mila auto in Italia, appena un terzo di quelle realizzate nel 1990, mentre le quantità prodotte nei maggiori paesi europei sono cresciute o rimaste stabili. La Fiat spende per investimenti produttivi e per ricerca e sviluppo quote di fatturato significativamente inferiori a quelle dei suoi principali concorrenti europei, ed è poco attiva nel campo delle fonti di propulsione a basso impatto ambientale. A differenza di quanto avvenuto tra il 2004 e il 2008 – quando l’azienda si è ripresa da una crisi che sembrava fatale – negli ultimi anni la Fiat non ha introdotto nuovi modelli. Il risultato è stata una quota di mercato che in Europa è scesa al 6,7%, la caduta più alta registrata nel continente nel corso del 2010.
Al tempo stesso, tuttavia, nel terzo trimestre del 2010 la Fiat guida la classifica di redditività per gli azionisti, con un ritorno sul capitale del 33%. La recente divisione tra Fiat Auto e Fiat Industrial e l’interesse ad acquisire una quota di maggioranza nella Chrysler segnalano che le priorità della Fiat sono sempre più orientate verso la dimensione finanziaria, a cui potrebbe essere sacrificata in futuro la produzione di auto in Italia e la stessa proprietà degli stabilimenti.
A dispetto della retorica dell’impresa capace di “stare sul mercato sulle proprie gambe”, va ricordato che la Fiat ha perseguito questa strategia ottenendo a vario titolo, tra la fine degli anni ottanta e i primi anni duemila, contributi pubblici dal governo italiano stimati nell’ordine di 500 milioni di euro l’anno.
A fare le spese di questa gestione aziendale sono stati soprattutto i lavoratori. Negli ultimi dieci anni l’occupazione Fiat nel settore auto a livello mondiale è scesa da 74 mila a 54 mila addetti, e di questi appena 22 mila lavorano nelle fabbriche italiane. Le qualifiche dei lavoratori Fiat sono in genere inferiori a quelle dei concorrenti, i salari medi sono tra i più bassi d’Europa e la distanza dalle remunerazioni degli alti dirigenti non è mai stata così alta: Sergio Marchionne guadagna oltre 250 volte il salario di un operaio.
Questi dati devono essere al centro della discussione sul futuro della Fiat. L’accordo concluso dalla Fiat con Fim, Uilm e Fimsic per Mirafiori – che la Fiom ha rifiutato di firmare – prevede un vago piano industriale, poco credibile sui livelli produttivi, tanto da rendere improbabile ora ogni valutazione sulla produttività. L’accordo appare inadeguato a rilanciare e qualificare la produzione, e scarica i costi sul peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Sul piano delle relazioni industriali i contenuti dell’accordo sono particolarmente gravi: l’accordo si presenta come sostitutivo del contratto nazionale di lavoro, e cancellerebbe la Fiom dalla presenza nell’azienda e dal suo ruolo di rappresentanza dei lavoratori che vi hanno liberamente aderito.
Il referendum del 13-14 gennaio tra i dipendenti sull’accordo, con la minaccia Fiat di cancellare l’investimento nel caso sia respinto, pone i lavoratori di fronte a una scelta impossibile tra diritti e lavoro. In questa prospettiva, la strategia Fiat appare come la gestione di un ridimensionamento produttivo in Italia, scaricando costi e rischi sui lavoratori e imponendo un modello di relazioni industriali ispirato agli aspetti peggiori di quello americano.
Esistono alternative a una strategia di questo tipo.
In Europa la crisi è stata affrontata da imprese come la Volkswagen con accordi sindacali che hanno ridotto l’orario, limitato la perdita di reddito e tutelato capacità produttive e occupazione; in questo modo la produzione sta ora riprendendo insieme alla domanda. Produrre auto in Europa è possibile se c’è un forte impegno di ricerca e sviluppo, innovazione e investimenti attenti alla sostenibilità ambientale; per questo sono necessari lavoratori con più competenze, meno precarietà e salari adeguati; un’organizzazione del lavoro contrattata con i sindacati che assicuri alta qualità, flessibilità delle produzioni e integrazione delle funzioni. E’ necessaria una politica industriale da parte del governo che non si limiti agli incentivi per la rottamazione delle auto, ma definisca la direzione dell’innovazione e degli investimenti verso produzioni sostenibili e di qualità; le condizioni per mercati più efficienti; l’integrazione con le politiche della ricerca, del lavoro, della domanda. Considerando l’eccesso di capacità produttiva nell’auto in Europa, è auspicabile che queste politiche vengano definite in un contesto europeo, evitando competizioni al ribasso su costi e condizioni di lavoro. Su tutti questi temi è necessario un confronto, un negoziato e un accordo con i sindacati che rappresentano i lavoratori dell’azienda.
In nessun paese europeo l’industria dell’auto ha tentato di eliminare un sindacato critico della strategia aziendale dalla possibilità di negoziare le condizioni di lavoro e di rappresentare i lavoratori. L’accordo Fiat di Mirafiori riduce le libertà e gli spazi di democrazia, aprendo uno scontro che riporterebbe indietro l’economia e il paese.
Ci auguriamo che la Fiat rinunci a una strada che non porterebbe risultati economici, ma un inasprimento dei conflitti sociali. Ci auguriamo che governo e forze politiche e sindacali contribuiscano a una soluzione di questo conflitto che ristabilisca i diritti dei lavoratori a essere rappresentati in modo democratico e tuteli le condizioni di lavoro. Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori coinvolti e alla Fiom, sosteniamo lo sciopero nazionale del 28 gennaio 2011 e ci impegniamo ad aprire una discussione sul futuro dell’industria, del lavoro e della democrazia, sui luoghi di lavoro e nella società italiana.
Margherita Balconi, Università di Pavia
Paolo Bosi, Università di Modena e Reggio Emilia
Gian Paolo Caselli, Università di Modena e Reggio Emilia
Daniele Checchi, Università Statale di Milano
Tommaso Ciarli, Max Planck Institute of Economics
Vincenzo Comito, Università di Urbino
Marcella Corsi, Università di Roma “La Sapienza”
Pasquale De Muro, Università di Roma Tre
Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa
Marco Faillo, Università degli Studi di Trento
Paolo Figini, Università di Bologna
Massimo Florio, Università Statale di Milano
Maurizio Franzini, Università di Roma “La Sapienza”
Lia Fubini, Università di Torino
Andrea Fumagalli, Università di Pavia
Mauro Gallegati, Università Politecnica delle Marche
Adriano Giannola, Università di Napoli Federico II
Anna Giunta, Università di Roma Tre
Andrea Ginzburg, Università di Modena e Reggio Emilia
Claudio Gnesutta, Università di Roma “La Sapienza”
Elena Granaglia, Università di Roma Tre
Simona Iammarino, London School of Economics
Peter Kammerer, Università di Urbino
Paolo Leon, Università di Roma Tre
Stefano Lucarelli, Università di Bergamo
Luigi Marengo, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa
Pietro Masina, Università di Napoli “L’Orientale”
Massimiliano Mazzanti, Università di Ferrara
Marco Mazzoli, Università Cattolica di Piacenza
Domenico Mario Nuti, Università di Roma “La Sapienza”
Paolo Palazzi, Università di Roma “La Sapienza”
Cosimo Perrotta, Università del Salento
Mario Pianta, Università di Urbino
Paolo Pini, Università di Ferrara
Felice Roberto Pizzuti, Università di Roma “La Sapienza”
Andrea Ricci, Università di Urbino
Andrea Roventini, Università di Verona
Maria Savona, University of Sussex
Francesco Scacciati, Università di Torino
Alessandro Sterlacchini, Università Politecnica delle Marche
Stefano Sylos Labini, Enea
Giuseppe Tattara, Università di Venezia
Andrea Vaona, Università di Verona
Marco Vivarelli, Università Cattolica di Piacenza
Antonello Zanfei, Università di Urbino
Adelino Zanini, Università Politecnica delle Marche
Per chi non avesse ancora aderito all’appello “Sì ai diritti, No ai ricatti” di Camilleri, Flores D’Arcais e Hack. Alle ore 22 del 7 gennaio le firme sono quasi 40.000: l’obiettivo di 100.000 firme non è impossibile; rendiamolo insieme fattibile!… e ci sono almeno 100.000 buone ragioni per farlo!!
Un lavoro senza diritti non è un lavoro. Un lavoro precario, non è un lavoro!! (Landini)
Belle Grillo queste cose le dice da 20ANNI… da 20ANNI!!! Svegliatevi!!!
Gli Agnelli, Marchionne è solo un burattino (Gianni e Umberto almeno ci mettevano la faccia), devono restituire 7 miliardi e 600 milioni di euro allo Stato. Una somma “prestata” negli anni dai contribuenti che si potrà investire per l’innovazione delle piccole e medie imprese e per la riqualificazione dei dipendenti Fiat.
“Sette miliardi e seicento milioni di euro: è la cifra che lo Stato italiano ha erogato alla Fiat tra il 1977 e il 2009. Il dato è di Giuseppe Bortolussi, segretario degli artigiani e dei piccoli imprenditori della Cgia di Mestre, che ha fornito il dato dei soldi pubblici finiti a Torino nel corso degli ultimi 33 anni.
Bortolussi fornisce numeri più dettagliati: dal 1990 in poi: 1,279 miliardi per la costruzione degli impianti di Melfi e Pratola Serra. 272,7 milioni per ristrutturare gli impianti di Melfi e Foggia tra il 1997 e il 2003. Lo Stato ha inoltre “coperto” gli incentivi alla rottamazione con 465 milioni. Trattasi sempre di fondi statali, pubblici. “In questa analisi - conclude Bortolussi - non abbiamo tenuto conto dell’importo per l’erogazione degli ammortizzatori sociali. Tra il 1991 e il 2002 la spesa è stata pari a 1,15 mld di euro. Un’entità sostenuta anche dalla Fiat e dai suoi dipendenti”.
A questo vogliamo aggiungere come la Fiat si sia trovata nella situazione previlegiata – e monopolistica – di essere l’unico fornitore per settanta anni di automezzi all’amministrazione pubblica: dalle Forze Armate fino all’ultimo comune d’Italia.
Concludo con lo stipendio d’oro di Marchionne… è giusto che si sappia anche questo… giusto così… per capire… di che personaggio stiamo parlando…

In Inghilterra si discute dei bonus milionari dei banchieri nell’era dei tagli di Cameron. In Italia si discute dei guadagni di Marchionne nell’era del referendum a Mirafiori.
Questi sono i guadagni delle quattro maggiori banche britanniche negli ultimi cinque anni. Bob Diamond (Barclays, nessun salvataggio con soldi del contrbuente) ha incassato 75 milioni di sterline e per quest’anno si parla di un bonus da 8-9 milioni (su un salario base di 250mila annuali). Eric Daniels, amministratore delegato dei Lloyds (salvataggio statale da 22 miliardi, lo Stato possiede ora il 43 per cento della Banca) dal 2005 ha guadagnato 10 milioni di sterline e il bonus previsto è di 2 milioni a fronte di un salario di 1 milione. Il capo del colosso Hsbc Stuart Gulliver (nessun contributo statale) ha guadagnato 50 milioni e il bonus previsto è di 9 milioni (da aggiungersi allo stipendio di 800mila sterline). Ma nell’occhio del ciclone più di tutti è Stephen Hester, l’amministratore delegato della Royal Bank of Scotland ormai nelle mani dello Stato, che ne detiene l’83 per cento dopo un salvataggio a spese del contribuente da 45 miliardi di sterline. Per lui si parla di 2 milioni di sterline di bonus da aggiungersi a un salario base di 1,22 milioni e da un premio di benvenuto da 7,4 milioni.
Sergio Marchionne, stando ai calcoli fatti da Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera di domenica, in 79 mesi al vertice della Fiat ha totalizzato un valore pari a 255,5 milioni di euro, ovvero 38,8 milioni l’anno. Se le crifre corrispondono a verità, il buon Marchionne guadagna ogni anno 1.037 volte il suo dipendente medio e si mangia in un boccone tutti i detestati bankers britannici.
Con una ulteriore, non piccola differenza. Hester, capo supremo della Royal Bank of Scotland appare sui giornali, la faccia rosea e paffuta, vestito di tutto punto da cavallerizzo con cap e giacca di velluto, camicia di seta e guanto bianco, pronto si suppone per una bella cavalcata in campagna (o un battuta di caccia alla volpe?). Gli inglesi almeno non indulgono in false ipocrisie e i banchieri della City ostentano la propria provenienza, la loro esistenza dorata da upper upper class e i guadagni milionari senza nascondersi dietro un maglioncino blu finto democratico.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/12/lo-stipendio-doro-di-marchionne/86015/




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