Al peggio non c’è mai fine, ma il peggio dei nostri politici è infinito. Sogno un giorno in cui gli aquilani insieme al resto degli italiani va a Roma e li caccia a calci in culo, quello sì che sarà il giorno della libertà e quello si che sarà il Popolo della Libertà!

Non sono bastati i manganelli. Adesso sui cittadini dell’Aquila che hanno manifestato a Roma piovono le dichiarazioni dell’ultimo personaggio politico, nostro dipendente, parlamentare del Pdl Giorgio Stracquadanio, che ha dichiarato giorno fa: “gli aquilani sono incontentabili”. Lo ha riferito il deputato del Pd Giovanni Lolli che ha avuto una vivace discussione con il collega. “Gli ho replicato”, ha detto Lolli, “che gli aquilani manifestano legittimamente e gli ho spiegato il senso della manifestazione di oggi”. Il problema del “spiegargli il senso” è far si che lo capisca, cosa molto difficile, purtroppo!!

Il sindaco dell’Aquila e vice commissario per la ricostruzione, Massimo Cialente, ha annunciato la presentazione di una querela nei confronti del parlamentare del Pdl Giorgio Celio Stracquadanio per le parole pronunciate nel corso dell’intervento alla Camera dei Deputati nella seduta del 7 luglio scorso, in concomitanza con la manifestazione di protesta di circa cinquemila aquilani a Roma durante la quale vi furono scontri con la polizia.
Cialente si e’ presentato con gli atti parlamentari relativi al discorso dell’esponente del Pdl che ha attaccato il sindaco affermando che ”ha qualche interesse in gioco nella partita della non ricostruzione e poi cerca di scaricare questi interessi sul governo che lo ha nominato dall’inizio commissario straordinario”.
Il parlamentare del Pdl aveva anche attaccato gli aquilani per la protesta denunciando che la ricostruzione non puo’ essere fatta attraverso la manifestazione delle carriole e sottolineando che L’Aquila ”era una citta’ che stava morendo, indipendentemente dal terremoto, e che il terremoto ne ha certificato la morte civile”.
Per Cialente, l’esponente del Pdl ha detto sciocchezze e cose non vere, ”ma lo querelo per difendere la citta’ definita morente, cosa non vera perche’ L’Aquila, dopo una crisi industriale comune a molti altri centri, si stava rilanciando”. ”So che con l’immunita’ parlamentare non succederà nulla – ha continuato Cialente – ma querelerò Stracquadanio, il cui intervento dimostra a quali umiliazioni sono costretti gli aquilani e che cosa pensa il Pdl dei terremotati. Possono anche mandarmi via, ma sappiano che troveranno 40mila aquilani più arrabbiati di me”.

Volevo innanzitutto ricordare che L’Aquila era una città di 70mila abitanti di cui 30mila circa erano studenti, l’Aquila viveva con l’università! Uno dei primi edifici crollati fu proprio la Casa Dello Studende! Un altro edificio, edificato dalla favolosa Impregilo, è l’Ospedale San Salvatore dell’Aquila, l’ultimo edificio che sarebbe dovuto crollare con un terremoto, e invece è stato il primo ad andar giù come un castello di sabbia la notte del 6 aprile, sotto una scossa di 6,3 gradi Richter: forza che in un ospedale californiano non avrebbe aperto nemmeno una crepa.
La verità, che nessuno vi dice, tanto meno il nostro dipendente Stracquadanio, è che i soldi per l’Abruzzo sono finiti. In un anno sono stati dilapidati un miliardo e 630 milioni di euro. Tremonti chiede ai terremotati di ricominciare a pagare le tasse e l’informazione? Tace!
L’Aquila è una città in agonia che sta morendo nell’indifferenza generale. “Omissione di soccorso”, potrebbe essere il reato da contestare, dopo quello di mancato allarme. Ci sono alcuni commenti rilasciati sottovoce da alcuni giornalisti presenti nel centro storico, i pochi che hanno risposto all’appello del sindaco Cialente di venire a verificare come è ridotta la città: «Se siamo al punto che deve chiamarci il sindaco - dichiarano autocritici durante il viaggio tra le rovine di una città fantasma - significa che qualcosa non funziona».
In un sistema normale di informazione, i giornalisti sarebbero stati qua senza sollecitazioni, l’ennesima dimostrazione che la nostra è un’informazione malata di un tumore ormai diffuso in tutto il corpo: assenti il Tg1, il Tg2, il Tg4 e Studio aperto. Il direttore del Tg5 Clemente Mimun fa sapere che è impossibilitato perché si trova all’estero mentre dei giornali di centrodestra non vi è alcuna traccia.
Gli Aquilani chiedono all’informazione onestà e verità e a chi ha già ampiamente dimostrato di non possederne chiediamo di lasciare il servizio pubblico. Le richieste dei terremotati abruzzesi si sintetizzano in una parola sola: ricostruzione. Per ottenerla, chiedono al governo finanziamenti certi e disponibili, sostegni adeguati per far ripartire l’economia del territorio, procedure certe per avviare i lavori e lo smantellamento di tutto l’apparato che è stato artificiosamente messo in piedi per minare alla base la rinascita della città e, infine, le stesse agevolazioni fiscali date in tutti gli altri terremoti che hanno colpito l’Italia. A L’Aquila, il dipartimento di Protezione civile ha potuto contare, come per i grandi eventi, sul potere di ordinanza, quello di deroga e su una possibilità di spesa senza controlli. In un anno ha bruciato risorse enormi, sottraendole alla ricostruzione vera. Per l’autority che vigila sugli appalti pubblici, tra aprile 2009 e marzo 2010, sono stati spesi per il terremoto in Abruzzo oltre un miliardo e 630 milioni di euro e i risultati sul campo sono abbastanza deludenti. Secondo l’ultimo report del commissario delegato al terremoto, al 22 giugno la popolazione assistita solo a L’Aquila ammonta a un totale di oltre 48mila persone, su un totale di circa 70mila abitanti, divise in: contributi per l’autonoma sistemazione (25.654), Progetto case (14.464), moduli abitativi provvisori nelle frazioni (2.093), affitti fondo immobiliare o concordati dalla Protezione civile (2.051), ospitate in strutture ricettive (3.436), alloggiati in caserme (609). A cui si aggiungono altri 5.776 assistiti negli altri 40 piccoli comuni del cratere (e mancano i dati di altri 17 comuni).

Ora forse è più facile comprendere le parole accorate del sindaco Cialente, quando dice: «O arrivano i soldi o si muore, e a quanto pare per la ricostruzione non c’è un soldo. Io non faccio polemiche ma a Roma forse qualcuno pensa che le new town, le città provvisorie che abbiamo costruito, forse diventeranno la nuova Aquila. Almeno abbiano il coraggio di dircelo».
La settimana scorsa c’è stata la più grande manifestazione mai vista a L’Aquila da molti decenni. La popolazione, annichilita prima dal trauma del sisma e poi incantata dalle promesse del governo, comincia lentamente a realizzare che il sogno del “miracolo” non esiste e si sta risvegliando in un incubo, quello che vede la condanna a morte della città e dell’intero territorio. Spero che un giorno, non molto lontano, anche gli Italiani si risveglino dall’incubo del Berlusconismo e dalle sue continue promesse. In ventimila hanno manifestato per le vie della città e in oltre cinquemila hanno occupato l’autostrada Roma-L’Aquila, bloccandola per alcune ore. Alla protesta hanno partecipato tutti i sindaci del cratere, insieme a Provincia e Regione, curia, organizzazioni sindacali e di categoria, senza distinzioni politiche e con le sole bandiere con i colori della città. «Oggi tutto è fermo e noi aquilani che chiediamo di avere un futuro siamo additati come ingrati, incontentabili e addirittura pericolosi - dichiara ancora il sindaco Cialente, che torna a chiedere una tassa di scopo per finanziare la ricostruzione -. L’ultima visita del premier Berlusconi è datata 29 gennaio 2010, quando si è cominciato a capire che i denari per la ricostruzione non c’erano». E a essere finiti sono anche i soldi per i puntellamenti degli edifici artistici. Sono 1.800 quelli danneggiati, tra cui ben 800 chiese, un danno stimato per 3,5 miliardi di euro. Il ministro Sandro Bondi non si è fatto vedere ma ha inviato il direttore generale ministeriale Roberto Cecchi che si è limitato ad annunciare che L’Aquila potrebbe diventare patrimonio universale dell’Unesco, rinviando di fatto la soluzione del problema. Luciano Marchetti, vicecommissario alle opere d’arte, rende noto che bisogna fare in fretta ma i soldi non ci sono: «Molte chiese lesionate sono in stato di abbandono perché non abbiamo più fondi, mancano sette milioni di euro per completare puntellamenti e messa in sicurezza». E ai soldi che non arrivano si aggiungono anche i debiti. La Protezione civile deve ancora pagare una parte degli albergatori per l’ospitalità degli sfollati nelle strutture ricettive. Ma sono molte anche le ditte che vantano crediti per lavori eseguiti nella prima emergenza. In particolare, sono tantissime le piccole imprese locali che si sono indebitate per diversi milioni di euro e che rischiano di fallire proprio per i ritardi nei pagamenti da parte di Protezione civile ed enti locali. Anche i rimborsi agli sfollati per l’autonoma sistemazione sono fermi a marzo. E ora rischia di abbattersi, su un territorio e una popolazione martoriata dal terremoto e dal dipartimento, anche la mannaia della restituzione delle tasse sospese.
Eccolo… il miracolo Aquilano!




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