Hammamet…. tutto sommato una bel posto per una bella vacanza estiva… Hammamet non deve essere conosciuta come la città di Bettino… come la città di latitanza di Craxi, ma come quello che è… è un peccato davvero associare sempre questo posto ad un latitante… perchè questo è stato Craxi, un latitante! Le persone devono essere chiamate per quello che sono state… Uno statista è uno statista, un grande politico è un grande politico, un corruttore è uno che corrompe e ha corrotto, un latitante è uno che è fuggito per non avere guai con la giustizia. Semplice… in un paese civile e democratico… semplice… ed Hammamet non è la città di Craxi, ma un bel posto di villeggiatura Tunisino… in cui sono stato molto bene… ve lo posso assicurare…
Da Il Fatto Quotidiano… di Marco Travaglio… con alcune mie considerazioni…
Nel felpato linguaggio del capo dello Stato, la latitanza di Craxi viene tradotta testualmente così: “Craxi decise di lasciare il Paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Anche perché, aggiunge Napolitano, le indagini sulla corruzione (non la corruzione) avevano determinato “un brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”.
E il sant’uomo fu trattato “con una durezza senza eguali” mentre, com’è noto, la legge impone di processare i politici che rubano senza eguali con una morbidezza senza eguali. E le mazzette miliardarie, e gli appalti truccati, e i soldi rovesciati sul letto, e i 50 miliardi su tre conti personali in Svizzera? Non sono reati comuni: il napolitanese li trasforma soavemente in “fenomeni degenerativi ammessi e denunciati” (come se rubare e poi, una volta scoperti, andare in Parlamento a dire “qui rubano tutti” rendesse meno gravi i furti). Basta con un’Italia così… riprendiamocela…
Il presidente ricorda che “la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ritenne violato il ‘diritto ad un processo equo’ per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea”. Ma non spiega che Craxi fu processato in base al Codice di procedura che lui stesso aveva voluto e votato, il Pisapia-Vassalli del 1989 che – modificato da due sentenze della Consulta – consentì fino al 1999 di usare i verbali delle chiamate in correità dei coimputati anche se questi non si presentavano a ripeterle nei processi altrui.
Se i processi a Craxi non furono “equi”, non lo furono tutti quelli celebrati in Italia dal 1946 al 1999. Su un punto Napolitano ha ragione: Craxi lasciò “un’impronta incancellabile”: digitale, ovviamente. Quel che sta accadendo è fin troppo chiaro: si riabilita il corrotto morto per beatificare il corruttore vivo. Si rimuovono le tangenti della Prima Repubblica per legittimare quelle della Seconda. Si sorvola sulla latitanza di Craxi per apparecchiare nuove leggi vergogna che risparmino la latitanza a Berlusconi.
L’ha ammesso, in un lampo di lucidità, Stefania Craxi: “Gli italiani non credettero a Bettino, ma oggi credono a Berlusconi“.
Gli Italiani…. Aaaaaahhhhh Gli Italiani…. Ma perché credano a Berlusconi su Craxi, ne devono ancora passare di acqua sotto i ponti e di balle in televisione. Stando a tutti i sondaggi, la stragrande maggioranza degli italiani di destra, di centro e di sinistra è contraria a celebrare Craxi, come è contraria all’immunità parlamentare e alle leggi ad personam prossime venture. Forse gli italiani sono ancora migliori di chi dice di rappresentarli.
E allora… Si dedichino pure a Craxi monumenti equestri, targhe votive, busti bronzei, strade, piazze, vicoli, parchi e soprattutto tangenziali. Dopodiché si passi a Mangano (sono ancora in tempo: anche lui scomparve prematuramente nel 2000). Così sarà chiaro a tutti chi sono i “loro” eroi. Noi ci terremo i nostri e da domani chiameremo i lettori a sceglierli. Oggi hanno completato l’opera in Senato altri luminosi statisti come l’ex autista Renato Schifani e il pluriprescritto Silvio Berlusconi, già noto per aver definito “eroe” il mafioso pluriomicida Vittorio Mangano.
A Mangano preferiamo ancora Falcone e Borsellino. A Craxi e a Berlusconi, politici diversi ma limpidi come De Gasperi e Berlinguer. Ieri, poi, ci è venuta un’inestinguibile nostalgia per Luigi Einaudi e Sandro Pertini.
Grande articolo….
I ministri in pellegrinaggio e il pantheon della destra
Hammamet
Craxiani ad Hammamet, come fascisti su Marte. Malinconici, simpatici, vagamente surreali. Si aggirano per gli albergoni fantasma di questo paese fantastico, in un tempo fuori stagione: strade deserte, tassisti fermi agli angoli delle strade, ovunque ritratti ritoccati del presidente Ben Alì che pare il figlio di se stesso, i ragazzi ventenni delle boutique delle griffe contraffatte che inseguono disperati i clienti: “Ehi, italiano, anche io ero amico di Bettino! Entra a vedere le borse…”. Sisi proprio così… ci sono passato anche io… per una settimana intera ad Hammamet ero amico di Bettino!
È un luogo strano, un po’ Sherazade, un po’ Rimini: piove, e non si può nemmeno dire “governo ladro”. La sera fa freddo. Craxiani fuori stagione, craxiani che per due giorni affollano gli hotel spopolati come in un impossibile ritorno al passato, che la sera ballano il liscio e guardano lo spettacolino del cabaret, rievocano gli anni ruggenti e le cronache dei comitati centrali seduti intorno ai divanetti, “ti ricordi i meriti e i bisogni”?
E al centro c’è Gianni De Michelis che scherza e fa battute, come se fosse tornata l’aria di baldoria degli anni Ottanta. Se doveva partire da questo angolo fuori dal tempo di Tunisia, la celebrazione di un eroe riabilitato, se doveva essere accesa qui, la stella più importante di un nuovo Pantheon dell’Italia berlusconiana – da Craxi a Mangano – qualcosa non è andato come doveva. Perché questa tribù è una tribù senza figli, e persino i tre ministri del governo Berlusconi, “i tre ministri socialisti”, si materializzano all’improvviso davanti alla tomba semplice e bianchissima del cimitero italiano, come se fossero paracadutati da un altro pianeta.
Non sono tre esecutori testamentari, ma tre Re magi: ecco Franco Frattini scortato da Tarak Ben Ammar, ecco Maurizio Sacconi, Renato Brunetta che si fa largo, solo un passo indietro. Il minuto di silenzio non si fa. Se questa doveva essere l’occasione per ribattezzare Craxi davanti all’opinione pubblica, l’operazione è riuscita meglio in Italia, dove è arrivata l’eco mediatica di un avvenimento che sul palcoscenico tunisino non c’è stato.
Nessun discorso, solo la conferenza stampa che con sagacia comunicativa Stefania organizza sulla lapide di suo padre, facendo trasportare i giornalisti alle nove del mattino. ”Non si fanno dichiarazioni nei cimiteri”, dirà Bobo pochi minuti dopo. E ancora una volta i due fratelli si dividono sulla liturgia, sulla politica, sui simboli. Il Craxi tratteggiato nel discorso di Stefania e nelle dichiarazioni dei tre ministri non è, e non può essere, un simbolo pacificato. “Lui e Garibaldi – racconta lei – sono due grandi italiani sepolti fuori dall’Italia”. Solo che Garibaldi non riposa all’estero, ma a Caprera, e se non è un lapsus, l’associazione è indicativa. “La salma di Craxi – dice ancora la figlia calcando sulle parole – non potrà mai tornare in Italia”. Perché era la sua volontà, e per quel che è accaduto, aggiunge. Craxi diceva che quel piccolo cimitero gli piaceva perché era allegro. È vero: ci sono gli uccelli cantano e, a pochi metri, il rumore del mare. C’è un giovane tunisino che da anni cura la tomba, e gli porta i fiori.
La simbologia di Hammamet, è un contrappunto di note dolenti, di silenzi, di solitudine. Così come nel Craxi che Stefania racconta nei documentari della sua fondazione (uno dei quali proiettato venerdì sera in albergo, in un silenzio incredibile) non è un eroe spendibile politicamente, ma un uomo ammalato di malinconia e rabbia. Non ci sono venuti i rampanti ad Hammamet. Gli ex rampanti, piuttosto. Non ci sono i ragazzi di Forza Italia, ma gli ex ragazzi del Garofano. Non la Milano da bere, ma la Milano che è stata bevuta dalla storia. E non ci sono nemmeno tutti i dirigenti del Psi che furono la spina dorsale della classe dirigente del Psi, non gli apostati: né Claudio Martelli, e né Ottaviano Del Turco. Bobo si ritaglia in suo spazio di riflessione con più discrezione, e due battute di sarcasmo micidiali.
I giornalisti gli riferiscono che Stefania, nel cimitero ha sentenziato: “L’internazionale socialista è morta”. E lui: “Lo ha detto anche Giddens…Ma c’era Giddens, nel cimitero?”. Forse si sarebbe potuto celebrare solennemente, questo decimo anniversario della morte. Ma allora ci sarebbero voluti un palco, degli oratori, un respiro capace di elevare Craxi da simbolo di vendetta a eredità politica.
Meno conte di Montecristo, più statista. Forse si sarebbe potuto invitare a parlare un suo ex compagno come Felipe González e qualche rappresentante solido della storia del socialismo italiano, magari Rino Formica, che pure si aggirava nei saloni dell’Hotel Mehari, 82 anni splendidamente portati. Invece, finché Stefania cercherà di fare di suo padre il precursore di Berlusconi, Craxi non potrà essere restituito nemmeno alla memoria del suo figlio maschio. Non è un caso che Bobo (oggi schierato a sinistra) esalti il Craxi autonomista, dicendo che non sarebbe mai finito nel Pdl. E che invece Stefania ruggisca quasi con orgoglio: “Oggi le sue idee sono quelle che guidano il governo”. A chiudere il cerchio oggi dovrebbe essere l’intervento di Berlusconi nella commemorazione al Senato. Ma se Craxi non riesce a pacificare tutti i socialisti della diaspora che si ritrovano a litigare in Tunisia, non può diventare un nuovo padre della patria. Qui ad Hammaet trovi militanti antichi come Antonio Febbraio, che si porta dietro una bandiera del Psi del 1946 (quella con il libro e la falce e martello che proprio Craxi cancellò), trovi uno come Pierluigi Polverari, ex deputato che colpito da avvisi di garanzia si rifugiò in Tunisia come il suo capo. Trovi uno dei più famosi librai antiquari italiani, Giovanbattista Lombardozzi, che sospira: “Quelli del Psi erano, e sono, affaristi che pensano ai cazzi loro. Io sono qui perché mi piaceva lui. Un medico deve essere bravo quando opera, se ruba o meno, non conta nulla”. Poi, quando tutti corrono via con le valigie, e ti chiedi quale sia il senso di tutto, nella hall del Mehari incontri il sorriso e gli occhiali da intellettuale di Formica.
La capacità di ironia dell’ex ministro che inventò “i nani e le ballerine”, è ancora quella folgorante di un tempo: “La cerimonia non funziona perché il morto non riposa. E il morto non sembrerebbe vivo, se i vivi che gli sono venuti intorno, oggi, non fossero in realtà tutti morti”.
Da Il Fatto Quotidiano del 19 gennaio
Pace all’anima sua!









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