Cercasi “circa” 1200 buoni leghisti disposti a lavorare “circa” 18 ore e guadagnare “circa” 20 euro al giorno raccogliendo frutta/pomodori e vari prodotti del posto.
Offresi Vitto e alloggio in villaggi naturali a contatto con animali domestici e non, il tutto condito dalla colonna sonora di “Va Pensiero” in modo da tenere la mente occupata.
Astenersi perditempo. Inviare curriculum presso ministero della “protezione bianca civile” alla cortese attenzione dei Ministri Maroni e Castelli. Saranno gradite persone colorate e variopinte di verde.
Cominciamo così per capire e far capire qualcosa di più sul problema italiano mai risolto dai nostri politici scaldapoltrone…
Riporto e nello stesso tempo commento questo bellissimo articolo…
Ruud Gullit diceva che se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno negro. E non peccava di ipocrisia… anzi!! Ma Balotelli non è Desally o Weah o Seedorf o Vieira o Thuram o i compagni di squadra Eto’o o Muntari; all’interista gli inutili idioti non perdonano di essere nero e contemporaneamente italiano, così come prima di lui non l’hanno perdonato al romano Fabio Liverani (padre italiano e madre somala) oggi al Palermo, il primo calciatore «di colore» a vestire nel 2001 la maglia della nazionale, seguito un anno dopo dal ferrarese Matteo Ferrari, padre italiano e madre guineana, oggi in Turchia al Besiktas. Liverani e Ferrari: due tra i primi a essere presi di mira da cori razzisti come «non ci sono neri italiani»; due meticci, come il presidente degli Stati Uniti Barak Obama (padre keniano e madre americana di discendenza inglese); o come il cestista ex nazionale e portabandiera all’Olimpiade di Sydney 2000 Caltron Myers (padre caraibico e madre pesarese); o come il giovane brianzolo Fabiano Santacroce (padre italiano e madre brasiliana), ora al Napoli e compagno di squadra in nazionale under 21 del “nero” di Brescia superMario Balotelli, uno che parla il dialetto meglio dei lumbàrd Bossi e Maroni e meglio dei buuuurini che periodicamente incrocia in molti stadi, quelli sì paradigmatici di un Paese in crisi di identità e costantemente in cerca del ‘nemico’, gli stessi che cortocircuitano di fronte all’interista e a ciò che felicemente rappresenta insieme ai Liverani, ai Ferrari, ai Myers, ai Santacroce (e agli Obama): che la storia umana è da sempre multietnica e meticcia; che l’accelerazione attuale non è reversibile, specie in un Paese come il nostro, in profondo declino demografico economico culturale, un Paese “salvato” da 4.500.000 immigrati: una magmatica svolta epocale da vivere in presadiretta, una svolta tra le più significative dell’intera storia nazionale. Si acuiscono le contraddizioni e, in ambito sportivo, ben più dei colleghi, oggi paga dazio il giovane fenomeno calcistico e mediatico Mario Balotelli. Certo il suo carattere arrogante e estrafottente non lo aiuta, ma non per questo sto giustificando gli attacchi contro di lui. Se sbaglia paga, anche lui, come tutti gli altri calciatori! Ma credo e penso, che di più pagano i non-ancora-italiani sospinti tra noi da guerre e miseria, e trattati come braccia senza diritti tra gli agrumeti di Rosarno o tra i pomodori del Casertano; oppure quando diventano manodopera stagionale a basso costo tra gli ortaggi del Cremonese o tra i vigneti della Val Versa. Se la monda del riso fosse ancora manuale, statene certi a mollo nell’acqua e per quattro soldi oggi trovereste loro.
A Rosarno è andata come a Villa Literno nel 1989 e meglio che a Castelvolturno nel settembre 2008, luogo dove la banda del camorrista Beppe Setola – latitante dopo la fuga da Pavia – fece strage di sei braccianti africani. A Rosarno invece è stata “solo” guerriglia. Qui comanda la ’ndrangheta, che in Calabria taglieggia 20.000 braccianti stagionali con un ‘pizzo’ di 5 euro quotidiani; qui amministrano i ‘caporali’, che esigono 2 euro e mezzo per il trasporto nei campi e altrettanti per il ritorno in schifose topaie (secondo Roberto Saviano, «contro le mafie gli immigrati sono più coraggiosi di noi»).
Un giorno, i figli del nigeriano bracciante irregolare e del rifugiato politico dal Togo feriti in Calabria – se non loro stessi – saranno «uno di noi», come già SuperMario Balotelli, nato e cresciuto in Italia, da sempre «uno di noi». Quando arrivano non sanno nemmeno di essere arrivati in Italia… vedono terra, vedono salvezza!
L’immigrato africano e il calciatore italiano sono due facce della stessa medaglia, tenuti entrambi a misurarsi con il razzismo emendato dal senso di colpa, che senza più freni inibitori ha progressivamente colonizzato il senso comune. Lo dico da antirazzista e da juventino tanto incallito quanto pentito oltre che da esteta del calcio giocato, di quelli che le poche e rare volte che vado allo stadio, cantano «non ne possiamo più della pay tivù», noi che egoisticamente abbiamo benedetto l’apertura delle frontiere calcistiche, così che anche al pavese stadio “Fortunati” da qualche tempo si incontrano brasiliani come Inàcio Joelson, francesi come Milan Thomas, argentini come Pato D’Amico, oppure si godono le triangolazioni di prima e in velocità tra gli Andrea Ferretti e i Benny Carbone, fenomeni che non trovano spazio in serie A o B, giocate tali e quali a quelle che si vedevano solo a San Siro o al vecchio Comunale di Torino – di certo non in C o in D – con in più squadre corte, giocatori che scalano e molto agonismo e atletismo.
Ma, forse, diceva Gullit, se sei miliardario e giochi nel Milan sei anche meno straniero. Se invece quattrini non ne hai e procuri qualche spicciolo a Rosarno lavorando fino a 15 ore al giorno per 2 euro all’ora, allora ti sparano, e ti senti più «negro» e straniero degli altri.
Marco Ravelli scrive: Caccia al Nero, che vi invito a leggere… mi ha colpito molto… roba da schifarsi solo al pensiero di accendere la TV o leggere i giornali, ipocrisia mediatica ovunque!
Alcuni passi dello splendido scritto…
“Rosarno, dove la famiglia Pesce che è la cosca più potente del luogo ha fatto pure l’impianto di condizionamento in chiesa, comincia da qui, dalla casa del popolo Peppe Valarioti, e proprio dietro l’angolo, affacciato su piazza Valarioti, c’è l’ambulatorio di Medici Senza Frontiere, dove forse era andato a visitarsi anche l’ucraino ammazzato lì vicino. Quelli di MSF, prima, stavano nel palazzo dell’Azienda Sanitaria Locale, ma poi li hanno cacciati. La cittadinanza non li vuole qui, dicevano. Hanno paura per l’igiene, le mamme vengono con i bambini e si trovano tutti questi neri, non è igienico, loro hanno paura, giustamente hanno paura. La paura è reciproca, signora mia. Solo che per i neri è elevata alla milionesima potenza.”
“…… Io, quando li vedo passare, mi metto sul ciglio della strada, e lancio un sasso in aria, un bel sasso grosso, così gli faccio vedere che non ho paura, che sono pronto a reagire. Così mi dice Michael James, liberiano, che ho già incontrato all’ex zuccherificio di Rignano, vicino a Foggia, dove raccoglieva i pomodori, e che incontro di nuovo all’ex cartiera di via Spinoza, un posto che il miglior scenografo hollywoodiano saprebbe difficilmente restituire in tutto il suo scenario apocalittico, entri e ti trovi in mezzo a una cortina di fumo, e l’abbaglio di fuochi in mezzo a questo lucore tagliato da fasci di luce che entrano dalle feritoie del tetto coperte da plastica gialla ondulata, come fosse una cattedrale della desolazione, questa è la vera, realissima wasteland che nessuno spettacolo illumina, fuochi per cucinare accanto alle baracche di assi di legno inchiodate, con pareti di cartone e plastica e ancora cartoni a far da tetto, fissati da scarpe, sassi e stivali. Cumuli di terra. Rifiuti. Ethernit. Detriti. Laterizi. Sul grande muro in fondo al capannone ci sono scritte, e numeri di telefono. Tra le scritte, Procrastination is a thief of time. By Goding King, Prisoner of conscience mess.”
“……. Poi comincio a spiegare come funzionano le regolarizzazioni, e si forma un capannello. Nessuno sa niente. E tutti mi ringraziano, strano essere ringraziati per informazioni che dovrebbero essere scontate, e che per loro sono vitali. Poi mi raccontano dei loro problemi, siamo in trecento qui, e tutti senza documenti. “Ci mandano via con un decreto di espulsione, ma noi non abbiamo soldi, dove andiamo? E poi è assurdo che il Comune ci fa docce e bagni, poi il giorno dopo arriva la polizia e ci lascia per strada, o nella migliore delle ipotesi ci prende i soldi dalla tasca. Un ragazzo nero, lo sguardo teso, si fa largo con la voce e chiede di essere ascoltato. Mi chiamo Mohamed Bashir, dice, vengo dal Niger. ”Ho bisogno di aiuto.” Parla un po’ in inglese e un po’ in italiano. “Sono un musulmano, sposato a una cristiana. Do you understand what i’m telling you? My folio di via is here, I can give you right now! Ma se io torno, muoio. Ho trent’anni. I can die anytime, I don’t care, ‘cos I’m tired.” Mia moglie è morta, dice. “Lei mi disse che non poteva sposarmi se non ero cristiano. Così mi sono convertito. Because of my woman. Hanno avvelenato il cibo: i miei genitori, tutta la mia famiglia, sono stati loro. Hanno avvelenato mia moglie e mio figlio.”
Rosarno veniva chiamata Americanicchia, una volta, quando i braccianti della Jonica ci andavano a lavorare, e i grandi commercianti amalfitani e napoletani aprivano negozi, empori. Oggi la ‘ndrangheta si è mangiata tutto, si sta comprando le terre stabilendo i prezzi con minacce e intimidazioni, il mercato delle arance e dei mandarini è in mano a un oligopolio criminale, le cooperative dei produttori a cui i singoli agricoltori devono rivolgersi sono legate con le mafie, e sono loro che gestiscono il denaro dell’integrazione dell’Unione europea, il cui sostegno non era indirizzato alle strutture o alla qualità del prodotto, ma al prezzo: questo ha favorito truffe organizzate su vasta scala (le cosiddette “arance di carta”). Così, si trovano agrumeti ovunque, a Rosarno, anche dove dovrebbero essere gli alvei di fiume, riempiti appositamente per strappare incentivi europei.
“……….. I migranti sono l’anello debole di questa catena: è anzitutto su di loro che si riversa la crisi generalizzata prodotta sul territorio dall’egemonia criminale (che ovviamente non esita a usarli al gradino più basso della catena, per spaccio o prostituzione). Un latifondista ha raccontato a don Giuseppe che la ‘ndrangheta stabilisce anche la paga giornaliera dei migranti, che impone una sorta di calmiere: Tu non puoi dare più di questi soldi, dice all’agricoltore. La crisi generale del settore ha aumentato la concorrenza sul mercato del lavoro per i braccianti immigrati, dell’est Europa o africani. I subsahariani – i neri più neri – sono quelli che ci hanno rimesso di più, e lavorano di meno. La cifra normale per una giornata di lavoro è di 25 euro, ma trattandosi di clandestini capita più o meno regolarmente che qualche caporale non paghi. C’è chi fa parte di una squadra in maniera continuativa facendo riferimento a un caporale “compaesano” e – per la maggior parte – c’è chi cerca lavoro giorno per giorno, trovandosi prima dell’alba sulla strada principale di Rosarno, radunandosi per gruppi “etnici”: i maghrebini, i rumeni e i bulgari, i rom (rumeni anche loro, ma a distanza), i subsahariani. Come Michael.”
Questa è l’Italia… prendiamone coscienza ed è ora che di questo si inizi a parlare…
Informare per Resistere…







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